francesco costa

Francesco Costa, tra Stati Uniti d’America e IlPost.it

Francesco Costa: “Difficile che la questione armi negli Stati Uniti possa cambiare, anche con l’arrivo di Biden alla presidenza”

Francesco Costa è un giornalista catanese, vicedirettore de IlPost.it, autore di una newsletter – “Da Costa a Costa” – e due libri sugli Stati Uniti d’America – “Questa è l’America” e “Una storia americana”. Con lui abbiamo parlato delle novità che ha portato l’insediamento alla White House di Joe Biden e Kamala Harris, della questione armi negli States e del momento che stanno vivendo i nostri giornali.

Qualche giorno fa hai scritto sul Post che Biden non ha molto tempo a disposizione. Possiamo quindi già fare un bilancio del suo operato?

«Un bilancio si può fare, tenendo conto che sono passati circa tre mesi dal suo insediamento. Questo tempo è già sufficiente per capire quali promesse abbia mantenuto e quali no, quali siano state le sue priorità. La primissima di queste è stata ovviamente la campagna vaccinale, ma anche il dare sollievo e sostegno gli americani in difficoltà, cosa che Biden ha fatto con l’American Rescue Plan. 1900 miliardi di dollari stanziati, si tratta di una grande legge contro la povertà e non solo per contrastare la pandemia. Tra le altre cose, dalla politica estera alla legge per le infrastrutture, Biden sta mostrando un buon ritmo ed una certa radicalità in questi primi 100 giorni. Il presidente ha un’immagine rassicurante, da “anziano padre della patria“, per cui anche le riforme più radicali non sono percepite come minacce dagli americani che non lo hanno votato. Biden è riuscito ad abbassare un po’ la temperatura dello scontro politico negli Stati Uniti; non perchè stia proponendo un’agenda politica annacquata, ma perché riesce a proporre cose radicali senza che l’accusa di estremismo possa attecchire».

Il ruolo del vicepresidente Kamala Harris è destinato ad essere sempre più importante. Ti aspetti una sua candidatura nel 2024?

«Dipende tutto da quello che deciderà di fare Joe Biden: è plausibile che scelga di ricandidarsi anche nel 2024, in quel caso lei dovrebbe aspettare. Biden le ha già affidato la gestione di quella che forse è la più grande difficoltà che ha affrontato in questi mesi: la crisi migratoria al confine. Il flusso di persone che entra negli Stati Uniti dal Messico, in un periodo – post Trump – in cui gli States sono completamente privi di strutture di accoglienza. Harris se ne sta occupando soprattutto rispetto alla politica estera, cioè parlando con stati come il Guatemala o El Salvador, per capire come migliorare la condizione dei migranti lì. Questa è una cosa di cui proprio Biden si era occupato durante l’amministrazione Obama. È un incarico importante, l’immigrazione è sempre stato un punto debole sul piano del consenso politico per i Democratici. Da questo dipenderà molto della “popolarità” di questa amministrazione».

La questione armi: con Biden potrebbe cambiare qualcosa?

«Non credo che ci siano speranze che cambi. Penso che non dipenda neanche da Biden perché per le leggi sulle armi serve un voto del Congresso. Negli Stati Uniti i parlamentari non seguono gli ordini del capo del partito, vengono eletti direttamente, quindi Biden non può costringerli. Ma anche se ci fossero i voti: cosa fai delle 4-500 milioni di armi – una stima vera e propria non si può neanche fare – presenti oggi negli Stati Uniti? Non puoi toglierle alle persone che le hanno già comprate, qualcuno magari è anche molto pericoloso. Questo è un tema estremamente doloroso, intrecciato con la cultura degli Stati Uniti in modo così profondo. Cambierà sicuramente, con le prossime generazioni, ma temo che questo sia uno di quei problemi che non puoi risolvere con una legge».

Dopo “Questa è l’America” e “Una storia americana”, hai in mente di scrivere altri libri sugli States? O hai altri programmi?

«Scrivere un altro libro mi piacerebbe, ma al momento non ho particolari progetti. Per me scrivere di cose americane è possibile quando riesco a viaggiare stabilmente, oggi è ancora proibito entrare negli Stati Uniti dall’Europa. Bisognerà aspettare un po’, per il resto continuo il mio lavoro al Post e presto potrebbero esserci grandi novità che mi riguardano. Per adesso direi che è abbastanza».

Il Post sta cambiando il modo di fare giornalismo in Italia: perché i nostri giornali sbagliano così tanto? Specialmente in questo periodo…

«Noi al Post facciamo del nostro meglio e siamo ancora piccoli rispetto ai grandi giornali italiani, direi che questo giochi a nostro vantaggio. Speriamo che in futuro il Post avrà 400 dipendenti giornalisti, ma quel giorno risulterebbe difficile anche per noi lavorare come facciamo ora. Dal punto di vista culturale, in questa industria c’è ormai da qualche decennio una poca attenzione verso il fare le cose “per bene”, che porta poi a commettere errori. Anche noi al Post sbagliamo, però ci sono molti errori che possono essere evitati facendo magari una telefonata in più. Non bisogna essere premi Pulitzer, ma perdere un po’ di tempo in più. Altro problema è il modello di business: la carta non rende più quanto rendeva prima, né in termini pubblicitari né di copie vendute. E anche rispetto alla qualità dell’informazione che fai online: devi comunque trovare gente disposta a pagare per leggere ciò che scrivi. Se per anni hai riservato all’online notizie “mordi e fuggi”, trovare persone disposte a tirar fuori soldi diventa difficile. Ma al di là di ciò, nei giornali si trovano anche cose fatte benissimo».

Se ti sei perso l’intervista a Luigi Ippolito, corrispondente da Londra per il Corriere della Sera, passa da qui.

Vi ricordo di seguirci sui nostri profili Instagram e Tik Tok per notizie, anteprime, video, Reels e tanto altro. Seguiteci anche su Facebook! Non dimenticate di supportare i nostri podcast su Spotify!

Related post

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *